Intervista a Serena Barbacetto sul libro “Wormhole”

Ciao a tutti. Procedo con una nuova intervista: Serena Barbacetto sul libro “Wormhole”. 10708396_10204779588358773_634173434_n
1) Cosa significa per te scrivere?
Come atto creativo, ogni attività artistica può indurre chi la coltiva a cadere in una facile, allettante illusione: quella di poter redimere il Caos, governare la complessità e asservirla a uno scopo (narrativo, nel caso specifico).
Per me la scrittura rappresenta esattamente l’opposto: è uno strumento esplorativo. Sembra paradossale, ma neanche nel ruolo di autori si è in grado di esercitare una costrizione totale, un arbitrio completo sulla materia narrativa: come accade a volta quando si sogna, persino l’autore talvolta è impotente dinanzi a dinamiche narrative che sembrano prescindere dal suo intervento. Proprio per questo, la scrittura è uno strumento di crescita personale: costringe a negoziare con se stessi, a guardare la materia narrativa calandosi nelle prospettive di ogni singolo personaggio e manipolarla senza poter prescindere da ciò che tali personaggi “hanno da dire” su di essa.
Del resto, ogni personaggio deve avere uno scopo. Anche l’ultimo soldatino dell’ultima falange dell’ultima armata deve avere qualcosa che lo muova, un’aspirazione, un desiderio, un senso di sé… e deve scrivere da solo la storia di cui vuole far parte. Se questo accade, allora viverla diventa un’occasione di crescita e di scoperta anche per l’autore stesso.

2) Quando hai cominciato?
Ho cominciato molto presto. Fin da piccolissima, ho sempre avuto una gran curiosità verso le “letterine” che vedevo ovunque intorno a me: intorno a un anno e mezzo ho esclamato “Quella è la k di Kinder!” (con una buffa pronuncia tronca di “Kindèr”), e a forza d’insistere, ho costretto mia madre a insegnarmi le lettere in stampatello maiuscolo, imparando a scriverle intorno ai tre anni. Verso i sei anni e mezzo ho steso su un block notes (con la grafia corsiva disordinata e “stirata” di un’adulta, fortunatamente corretta dalla maestra a furia di paginate di esercizi) una quarantina di pagine di un “romanzo di fantascienza” che parlava di guerre fra fazioni aliene e macchine senzienti precipitate con la loro astronave nel bel mezzo della foresta amazzonica. All’epoca non avevo ancora avuto input al riguardo, che io sappia, né sapevo che mio padre leggesse gli Urania (mi ha cresciuta a pane e romanzi d’avventura e di viaggio)… Il fatto che proprio quel tipo di storie fosse inchiodato nella mia testa di bambina è ancora un mistero.
Successivamente, e per molti anni da allora, ho scritto poesie, per tornare alla prosa soltanto durante il liceo.

3) Quale genere letterario ti rappresenta di più?
Penso che dalla risposta precedente si possa facilmente arguire quale sia.

4) Raccontaci del tuo libro, “Wormhole”.
Ho lavorato sulla trilogia di cui fa parte “Wormhole” per tanto di quel tempo che preferisco evitare di contare gli anni. Tutto sommato, la storia non è molto diversa da quella che mi ossessionava già venticinque anni fa: fazioni aliene in guerra piombano su una Terra all’oscuro di tutto, e il loro esilio su quel pianeta tagliato fuori per millenni dalla Storia (quella su larga scala, almeno) dà luogo al primo Contatto. Il primo di cui i terrestri si ricordino, per lo meno…

5) Che soddisfazioni stai avendo?
“Wormhole” sta vendendo bene e ricevendo critiche e lodi all’incirca per gli stessi motivi.
Conosco a menadito le regole per scrivere narrativa di genere “all’americana”: mi siano testimoni i testi pubblicati sinora e l’enorme lavoro fatto negli anni amministrando il gruppo letterario “Labor limae”. In genere le seguo, con un riscontro positivo da parte del pubblico. Attenersi a quelle sagge regole di buona scrittura è la tecnica da adottare per andare sul sicuro e dire qualcosa sapendo di tenere sempre il lettore “agganciato” alla narrazione.
Scrivendo “Wormhole”, ho preso alcune di quelle direttive e le ho buttate allegramente alle ortiche. Ogni tanto ci vuole.
In pillole:
– Un buon romanzo di fantascienza dev’essere breve. Io ne ho propinato ai lettori uno bello lungo, manco fosse un high fantasy.
– Un buon romanzo di fantascienza, per piacere agli appassionati del genere, può ibridarsi con horror, giallo/hardboiled, storico, fantasy e poco altro. Io l’ho ibridato con il thriller e l’azione/avventura, con il romance (compresi due protagonisti giovani, belli e innamorati, e addirittura qualche scena di sesso), con il romanzo filosofico (con tanto di “oziosi” dibattiti da cui dipendono concretamente le sorti della nostra specie), con la poesia e persino con alcuni temi di matrice religiosa. C’è chi si è lamentato per le scene di azione che mettono insieme sangue e battute ironiche, ma che volete farci? Sono cresciuta con Cussler… I miei personaggi non riescono a prendersi troppo sul serio, e colgono l’ironia cosmica anche e soprattutto quando stanno per rimetterci le penne.
– Un buon romanzo di genere evita sempre gli infodump (gli “spiegoni”). Concordo.
Questo implica però che il livello simbolico di lettura della saga resti sotterraneo, spesso implicito e velato. Detesto gli “spiegoni”, pertanto sta al lettore accorgersi che, posto in metafora, il romanzo parla di cose “strane” come la realtà implicata, il principio olografico, il velo di Maja, la Trinità, l’evoluzione dell’autocoscienza hegeliana, l’Angelus Novus, la noosfera di De Chardin, etc. Qualcuno se ne accorgerà (e potrà apprezzare, oppure trovare tutto ciò un’inutile complicazione); gli altri li autorizzo ufficialmente a saltare le chiacchiere e rimbalzare fra i capitoli in cui i personaggi si dedicano ai fuochi artificiali cosmici e alle mazzate senza quartiere. Lady Machine Gun ritiene di avercene messi a sufficienza per tenere occupato anche chi cerca il puro intrattenimento.
– Un buon romanzo di narrativa di genere deve avere uno stile “trasparente”. Concordo. Fuori dai piedi l’autore e spazio all’azione.
Tuttavia, quando c’è da salvare il mondo, può capitare che chi è chiamato a farlo si metta a rifletterci un po’ su e si chieda come, e soprattutto perché. L’incredibile bellezza del cosmo è uno dei tanti fattori che possono concorrere alla definizione di quel “perché”, ma bisogna anche contemplarla un po’, quella bellezza, e contemplare anche la natura umana (nel bene e nel male), per decidere. In quel caso, è quella stessa Bellezza a rendere lo stile più “fiorito”, più “campaniano”, più “pittorico”. La mia meraviglia (e quella di alcuni dei miei personaggi) di fronte a essa m’impedisce a volte di applicare il precetto dello “stick to the facts”. Me ne sto lì a bocca aperta come una scema, e il lettore è costretto a star lì assieme a me. Sorry.
– Un buon romanzo di narrativa non “shifta” spesso da un punto di vista (pov) a un altro. Concordo. È l’ABC dei corsi di scrittura creativa contemporanei.
Peccato che il protagonista di “Wormhole” sia tecnicamente §ç@#∂ per quattro quinti del romanzo, che L’Altro/gli Altri (che scopriremo meglio nel secondo romanzo) è/sono ESATTAMENTE un narratore esterno schizofrenicamente calato in punti di vista interni, e che tutto ciò che accade nell’arco dei tre romanzi sia un gigantesco cortocircuito cosmico (voluto), un riavvio innescato proprio da un inceppamento di quel tipo.

6) Pensi di scrivere un seguito o di buttarti in un libro affine?
“Wormhole” è autoconclusivo, come trama, ma il senso dell’intera “operazione” si fa più chiaro seguendo l’intero percorso, attraverso il seguito (“Chimera”) e il prequel (“Nostalgia del futuro”), già scritti.

7) Un pensiero per i lettori.
GRAZIE, sempre e comunque.

8) Link dove possano trovare i tuoi lavori.
Pagina Fb: https://www.facebook.com/pages/Wormhole-saga/210575395621627
blog: https://serenamariabarbacetto.wordpress.com/
DeviantART: http://jerboa83.deviantart.com/art/Ayma-485985507

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3 commenti su “Intervista a Serena Barbacetto sul libro “Wormhole”

  1. Segnalo il fatto che è appena uscita la versione cartacea del romanzo. L’ebook sarà in offerta su Amazon a 0,99 euro fino alla fine del mese. Buona lettura! 🙂

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